LE MILIZIE POPOLARI IN MESSICO, TRA AUTODIFESA E AUTONOMIA

*Questo é un articolo sulle milizie popolari o gruppi di autodifesa in Messico pubblicato circa un anno fa dalla rivista Italiana Loop. Nonostante gli scenari politici e sociali siano in continua evoluzione, le riflessioni proposte dall’autore rimangono attuali. This is an article on community policing/ self-defence in Mexico which was published around one year ago by the Italian magazine Loop. Although the social and political situation is constantly evolving, the author’s reflections are still relevant. loop *Alessandro Zagato, maggio 2013

Una proliferazione senza precedenti di gruppi di autodifesa ha interessato il Messico durante gli ultimi sei mesi. Le comunità indigene di 22 municipi di etnia nahua, purépecha, chatino, zapoteca, mazahua e otomíe si stanno organizzando in gruppi armati per proteggersi dalle aggressioni e depredazioni di gruppi narco/paramilitari e far valere i propri diritti .

*** Si vive e si parla di violenza in Messico. La violenza della criminalità più o meno organizzata e quella dei corpi di sicurezza dello stato, impegnato nella controversa guerra al narcotraffico che si stima abbia mietuto circa 60˙000 vittime tra dicembre 2006 e gennaio 2012. Contro di essa sono insorti cittadinanza e movimenti sociali, come quello Por la paz con justicia e dignidad, nato dopo l’assassinio del figlio dello scrittore Javier Sicilia il 28 Marzo 2011, che ha scatenato un’ondata di indignazine e rabbia all’interno della società messicana. Il paese è altamente militarizzato, teatro di operazioni in cui l’esercito è impegnato ad appoggiare o sostituire la polizia nelle sue funzioni di controllo del territorio. Secondo il quotidiano nazionale la Jornada i gruppi narcos sarebbero oggi la quinta fonte di impiego a livello nazionale. In questo contesto, un fenomeno in rapida espansione è quello delle milizie popolari di autodifesa, che negli ultimi mesi si sono moltiplicate rizomaticamente in decine di villaggi e zone rurali (negli stati di Michoacán, Guerrero, Jalisco, Estado de México, Quintana Roo, Sonora, Oaxaca, Morelos y Veracruz) per far fronte a situazioni di oppressione e violenza che stavano compromettendo l’esistenza pacifica di popolazioni povere e a maggioranza indigena. Da settembre 2012 sempre più comunità sono ricorse all’uso di armi artigianali, fucili da caccia, pistole e in alcuni casi armi da fuoco di grosso calibro per difendere le condizioni e i frutti del proprio lavoro dalle aggressioni e depredazioni perpetrate da organizzazioni criminali tollerate, spesso al soldo di poteri statali. 5882830622_2250ea236f_b Il mese scorso una milizia popolare ha arrestato il responsabile della sicurezza di un comune dello Stato di Guerrero, nel sud del Messico, consegnandolo alla procura insieme ad altri 12 agenti della polizia municipale con l’accusa di aver ordinato l’uccisione di un leader delle milizie popolari e di mantenere legami operativi con organizzazioni del narcotraffico. Questo ed altri fatti analoghi hanno fatto impennare il livello di conflitto con lo Stato messicano, che seppur con cautela sembra voler trovare una soluzione definitiva alla perdita di legittimità e credibilità che l’esistenza di queste organizzazioni sta comportando. Nonostante a fare audience sia soprattutto l’aspetto militare del fenomeno, spettacolarizzato dai mezzi di comunicazione, è importante non lasciarsi condizionare dalle apparenze e tener presente che nei casi più significativi questi processi accompagnano esperienze di autogoverno popolare e lo sviluppo creativo di forme singolari di autonomia.

LA RIVOLTA DI CHERÁN

Esiste una tradizione ampia e diffusa di organizzazioni di autodifesa popolare in Messico. L’esempio più emblematico in epoca contemporanea è rappresentato dall’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), la cui fama è dovuta in primo luogo all’originalitè del contenuto politico di azioni e dichiarazioni. Negli ultimi vent’anni sono apparse svariate organizzazioni di questo tipo, ma il caso che ha di fatto scatenato la recente ondata di gruppi organizzati di auto-difesa è quello di San Francisco Cherán, un municipio indigeno situato sul piovoso altipiano Purépecha, a 2400 metri d’altezza, nello stato del Michoacán, Messico Occidentale. Il municipio conta circa 20˙000 abitanti di etnia purepécha che per tradizione intrattengono una relazione vitale, quasi mistica, con le risorse naturali offerte dai boschi circostanti e che sono ereditiere di lotte centenarie a difesa delle proprie terre e tradizioni culturali contro l’arroganza coloniale. Negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso la regione è stata teatro di lotte per la terra e l’autonomia, che negli anni ’80 si sono evolute in esperimenti di autogoverno. Durante gli ultimi trent’anni, con l’espansione del neoliberismo, la popolazione di Cherán si è venuta a trovare in una situazione a dir poco catastrofica in cui gruppi criminali tollerati dallo stato hanno messo in atto un opera di deforestazione massiccia che ha distrutto 20˙000 dei 27˙000 ettari di bosco, mettendone a repentaglio l’esistenza. cheran1 Questo processo forzato di espropriazione e privatizzazione di risorse naturali è stato perpetrato in un regime di terrore in cui estorsione, stupri, esecuzioni sommarie e rapimenti di chiunque si opponesse erano all’ordine del giorno. I cartelli criminali hanno di fatto agito come il braccio armato di lobby economiche e politiche interessate a depredare la comunità delle proprie risorse comuni per introdurle di forza nel mercato internazionale. La popolazione di Cherán aveva inizialmente invocato l’intervento dell’esercto, senza però ottenere alcuna risposta concreta. Il 15 aprile del 2011, le donne del paese hanno guidato la popolazione ad una rivolta civile esigendo l’interruzione immediata della deforestazione e della violenza da parte dei cartelli criminali. Tale processo ha portato alla cacciata delle autorità locali, inclusi i partiti e le forze di polizia e alla costituzione di una giunta autonoma sostenuta e difesa da gruppi popolari di vigilanza armata. Organizzati in questo modo, gli abitanti di Cherán hanno impedito le elezioni che si sarebbero dovute svolgere in Michoacan il 10 novembre 2011. Oggi a Cherán non esistono partiti politici, ne’ campagne elettorali. mujeres Ma la vera singolarità della Comune di Cherán non si riduce a queste prove di forza popolare. Infatti, dopo essersi installato il governo autonomo ha implementato una serie di politiche innovative ed egualitarie basate sul rispetto dell’ambiente, la gestione comune delle risorse naturali, il recupero e la salvaguardia di tradizioni culturali indigene e l’orizzontalità organizzativa, che dà poteri decisionali essenziali ai consigli e alle assemblee popolari. Cherán si è imposta nell’immaginario collettivo come esempio di resistenza vittoriosa e alternativa al neoliberismo armato. La Comune ha ispirato numerose comunità dove i gruppi di milizia popolare si sono moltiplicati e si stima che al momento ne siano attivi attivi 80 solo negli stati di Guerrero e del Michoacán. Come ha notato Jean-Marie Gleize , i movimenti rivoluzionari non si propagano per contaminazione, ma per risonanza. Qualcosa che si produce qui risuona attraverso l’onda d’urto emessa da qualcosa che si è verificato altrove. Nello scenario politico e sociale messicano, in cui contraddizioni e tensioni vanno esacerbando nel solco della crisi dello stato e del sistema politico, zone di frattura come Cherán costituiscono alternative concrete al sistema di dominio. Se da un lato l’Istituto Federale Elettorale non ha potuto far altro che constatare l’autonomia di Cherán, lo stato centrale ha continuato a perpetrare aggressioni controinsorgenti. In Marzo 2012 una decina di comunardi sono spariti nel nulla e pochi giorni dopo il primo anniversario della rivolta del 15 aprile un gruppo di paramilitari ha attaccato la ronda comunitaria assassinandone due membri. Il governo ed i mezzi di comunicazione hanno tentato di intorbidire le acque spacciando l’aggressione per conflitto interetnico . Inizialmente censurate, le milizie sono divenute oggetto di iperesposizione mediatica e criminalizzazione. È in atto un tentativo di seminare indignazione e ostilità all’interno della società civile evidenziando soprattutto l’aspetto militare della questione, che solleva controversie etiche e morali (particolarmente tra le classi medie) e che va a destabilizzare una categoria fondante dello stato quale il monopolio della violenza legittima. D’altro canto l’enfasi sull’aspetto tecnico/militare serve a far passare sotto traccia quello politico, che riguarda la produzione di forme creative di autonomia a distanza dallo stato. In fondo il “monopolio della violenza legittima”, altro non è che la traccia più evidente del “monopolio del politico” . Ossia il principio di dominio secondo cui solo una minoranza di individui specializzati ed eventualmente eletti siano legittimati a determinare la realtà sociale attraverso decisioni politiche ed economiche con ripercussioni dirette sulla vita della gente. Di recente segratario di governo Miguel Ángel Osorio Chong ha dichiarato che il governo federale “conosce le cause del problema. “Daremo una risposta a questi gruppi che” ha affermato Osorio Chong “in ultima analisi devono sparire, perchè nel nostro paese non esiste tale figura. È necessario impostare un dialogo che prevalga sulle azioni di forza in modo che questi soggetti ci possano riferire cosa secondo loro non sta funzionando” . Parole contraddittorie, considerando che inizialmente gli abitanti di Cherán avevano invano invocato l’intervento dello stato. Inoltre il Consiglio autonomo ha dichiarato che l’autogoverno non è un assurdo ne’ un caso aleatorio, ma che che si basa sul principio in vigore ormai da cinque secoli, e quindi precedente la Costituzione messicana, di far valere i diritti dei popoli indigini. A dare un ulteriore impulso alla proliferazione delle milizie popolari è stata la ricomparsa mediatica dell’EZLN il 21 dicembre scorso con una manifestazione in cui gli zapatisti hanno rioccupato pacificamente i cinque municipi che nel 1994 avevano preso con le armi. Da quella data l’EZLN ha emesso una serie di comunicati in cui si ribadiscono i concetti chiave della politica zapatista, tra cui il rifiuto del partitismo e dell’avanguardismo, l’orizzontalità, lo sperimentalismo e la singolarità di ogni lotta e contesto politico. Secondo gli zapatisti il nemico non si sconfigge con una sola forza, un solo pensiero o una sola direttiva, per quanto rivoluzionaria, logica, radicale e ingegnosa essa possa essere. “Convocare” ha affermato il Subcomandante Marcos “non significa unire” . I comunicati hanno dato nuova linfa alle organozzazioni popolari di autodifesa e nuovi grattacapi allo Stato messicano. In unltima analisi la situazione é delicata non essendo ancora chiaro quale strategia definitiva lo stato adotterà per frontegiare il problema. L’opzione violenta potrebbe radicalizzare i movimenti ed elevare il conflitto a livelli ingestibili. Crediamo pertanto che il governo adotterà un atteggiamento ambivalente, con interventi militari a bassa intensità come quelli osservati finora, alternati al tentativo di depoliticizzare e sottomettere il movimento alle proprie logiche. Come ha notato John Holloway , lo stato opera come negazione costante dell’autonomia e dell’autodeterminazione e pertanto come incorporazione dell’alterità e del dissenso in processi borocratico/amministrativi. I movimenti dovrebbero quindi evitare di sfidarlo esclusivamente su terreni che gli sono congeniali come quello militare. Autodifesa e aspetti militari dovrebbero essere “moderati” da processi politici virtuosi. Nei comunicati zapatisti si sottolinea in più punti che se lo scontro dell’EZLN con lo stato si fosse svolto esclusivamente sul piano militare, probabilmente le popolazioni indigene del Chiapas sarebbero ormai in via d’estinzione. Nella terza sezione di Loro e Noi ( “I Capoccia”) dei comunicati, questo è ciò che Marcos fa dire ad un personaggio fittizio, un lacchè del potente di turno, che tenta di spiegare come sia possibile che i ribelli non siano ancora stati sottomessi: “Il problema, signore, è che quegli eretici non ci affrontano dove siamo forti, ci girano intorno, ci attaccano nelle nostre debolezze. Se fosse una questione di piombo e fuoco, già da tempo quelle terre, con i loro boschi, acqua, minerali, persone, sarebbero state conquistate (…). Quei codardi, invece di affrontarci con i loro eroici petti nudi, o con archi, frecce e lance, e morire da eroi (…), si preparano, si organizzano, si mettono d’accordo, ci prendono in giro, si nascondono quando si tolgono la maschera” . D’altro canto il primato di aspetti militari può generare all’interno di un movimento pericolose forme di gerarchia, sessimo e l’esclusione delle donne dal processo organizzativo. C’è da augurarsi che le milizie popolari costruiscano solide alleanze con movimenti indipendenti di altra natura. Segnali positivi arrivano in queste ore dallo stato di Guerrero dove le milizie stanno intervenendo a difesa degli insegnati in lotta contro la riforma educativa, vittime di una violenta repressione poliziesca. Questa inedita collaborazione ha dato luogo alla creazione del “Movimento popolare guerrerense” al quale partecipano contadini, milizie popolari e insegnati. Un portavoce dell’MPG ha annunciato che il movimento convocherà a breve l’assemblea popolare di Guerrero nella quale si elaborerà il piano d’azione per le prossime settimane.

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